Mala tempora currunt. O almeno così si dice. Sui giornali, alla televisione, per strada: tempi di crisi. Tempi ricchi, dunque. Ricchi di sfide, di problemi, di questioni aperte che acquistano forza sufficiente a chiedere di essere ascoltate e risolte. Tra i tanti interrogativi, quelli che riguardano il nostro sistema scolastico. Il problema ci riguarda da vicino, anche se noi studenti del San Raffaele abbiamo la fortuna di viver lontani dalla bufera. Ma l’istruzione non è un campo che interessi solo chi vi sta dentro. Dalle scuole elementari all’università, le aule sono i luoghi di formazione di ogni coscienza. Certo, molte e molte altre sono le esperienze formative. Tuttavia, compito della scuola dovrebbe esser proprio, anche, sistematizzare quanto si può udire nel mondo – e mai il mondo è apparso tanto ampio – dandogli coordinate, ordine, fondamenta, magari in modo pedante, ma contribuendo ad allenare a quella che, con Hegel, potremmo chiamare la dura fatica del conoscere.
Provo dunque a fare questa fatica. Fino all’inizio della terza liceo scientifico avrei voluto fare fisica all’università, poi la prima lezione di filosofia, e ho capito che le risposte che cercavo erano altrove. Le risposte a quali domande? Al perché. Chiedere perché è chiedere qual è la relazione in cui consiste l’esserci di una certa cosa, quali sono i legami che la tengono intessuta nel Tutto. Non tanto come essa appare né come può essere descritta, ma attraverso quale via si giunge ad essa. Ho trovato questo problema tanto importante da scegliere di dedicarci il tempo e le risorse dei miei studi universitari, prima a Genova e ora qui, dove ho deciso di venire a seguire i corsi della laurea specialistica perché mi pareva offrissero una maggior pluralità di voci, prospettive, vie di pensiero.
Cosa posso dire di aver imparato? Appunto a cercare questa pluralità. Non perché, banalmente, una prospettiva valga l’altra perché nessuna val nulla. Semmai, perché nessuna cosa è mai esauribile da un unico discorso, nessuna esperienza o fatto o idea mostra sempre una medesima e unica faccia. E, paradossalmente, è più vicino a cogliere la totalità un discorso che non abbia remore a tacciare gli altri di errore – ma quindi, per ciò stesso, ad ammetterli nel suo dialogo come interlocutori – piuttosto che chi vive come se altri discorsi possibili non ci fossero, né si prende la briga di tentare di confutarli o anche solo di ascoltarli, ma si adagia nell’accidia dell’indifferenza.
Perché mai, del resto, la maggior parte degli anni che trascorriamo a scuola li spendiamo dividendoci tra tante e così disparate materie? Nessuno mi ha mai dato una spiegazione esplicita in merito. A posteriori, ne ricavo comunque che l’eterogeneità di insegnamenti sia proprio il mezzo necessario a insegnare quell’unica semplice verità: non pretendere mai di aver detto l’ultima parola. Così dalla letteratura alla storia, dal latino alla fisica, il sentiero educativo che si snoda tra banchi e anni scolastici ci porta – anche se spesso troppo inconsapevolmente – a far esperienza di quanti siano i modi diversi in cui si può approcciare la realtà, guardarla, intenderla, interrogarla. Ed è curioso notare che, fuori dal mondo scolastico, possiamo avere la ventura di incontrare una simile ricchezza di prospettive diverse, solo nel mondo dell’arte. D’altro canto, se davvero vogliamo chiederci quid est homo? nessuna risposta formulata in una sola lingua e sorretta da un solo pensiero potrà essere sufficiente. La verità stessa, infatti, per essere tale, non può mostrarsi come semplice verità, ma deve dimostrarsi sulla confutazione del suo contrario, dunque presentarlo, capirlo, viverlo.
Però questo non è ancora sufficiente. Per stare nel celebre mito di Platone: il vero problema del filosofo non è tanto uscire dalla caverna ma rientrarvici e portare a chi ci è rimasto voce di cose che non ha visto e che dunque non ha nemmeno nessun motivo per credere reali. Ammesso che la verità non sia una meta lontana, ma un luogo in cui già sempre siamo, e ammesso che la filosofia conosca questo luogo e sappia riconoscerlo per ciò che è, qual è nel nostro oggi il suo ruolo, cosa ha da fare, quali le sue responsabilità? Il semplice dire, lasciando che chi vuole comprendere comprenda è una risposta ben misera. Innanzi tutto nella misura in cui non rende davvero ragione del perché si possa non comprendere – cioè rifiutare quanto il filosofo viene testimoniando. I prigionieri nella caverna, possono avere invece ragioni ben precise per non comprendere: il mondo della caverna, in fin dei conti, è infinitamente più comodo e sicuro di quello che sta fuori, lì dentro tutto è a misura loro, là fuori chissà. Se così stessero le cose, il non comprendere sarebbe determinato dalla volontà di ridurre ciò che esiste a ciò che si esperisce in un dato orizzonte – la caverna. Il filosofo sembra un pazzo perché invece che ridurre il mondo lo espande infinitamente, fino a perderne i confini.
Ma se così stanno le cose, chi non vuol fare esperienza dell’oltre – di ciò che sta al di là della porta di casa, dei significati per cui crede di vivere, della soglia della caverna, dell’orizzonte – nutre questa volontà proprio con la segreta coscienza dell’esistenza di questo oltre, e la volontà stessa che lo nega sarà tanto più forte quanto più fortemente avvertirà il rischio di essere strappata alle sue sicurezze fittizie. La volontà opera dunque dimenticando e nascondendo le tracce dell’oltre: rendendole impensabili, indicibili. Se dunque la filosofia è un’attività, un fare, sarà qualcosa di molto simile al moto delle onde, che alla lunga dissotterrano sempre ciò che s’era cercato di seppellire sotto la sabbia.
Noi giungiamo a pensare ciò che pensiamo anche perché – se non principalmente – pensiamo certi significati e pensiamo usando certe parole che intendiamo in un certo modo. Ma sono legittimi questi significati? Si dice ad esempio che la libertà coincida, grossomodo, con il poter fare ciò che si vuole. Ma cosa si vuol dire con ciò? Che la mia volontà è l’unica responsabile di ciò che faccio, che agire liberamente significa essere la causa determinante di ciò che accade e che dunque sono io ad avere il potere di far accadere o non accadere qualcosa, farlo essere o lasciarlo un nulla. Dunque posso stare tranquillo: se sono libero, in ultimo non avrò altri interlocutori che me stesso. Tutto ciò che sta oltre me stesso posso anche ignorarlo, fondamentalmente non è rilevante. Non parla proprio qui quella volontà di isolamento che cerca la sicurezza rinchiudendosi nella caverna? La filosofia va incontro alle parole che pensano l’isolamento e infrange le loro illusioni, ricordando i significati che esse vorrebbero dimenticare, rimuovere, annientare.
Ma come? Davanti alla crisi economica, al crollo delle ideologie, ai problemi dell’istruzione, alle guerre e a tutta l’Iliade di mali che abbiamo quotidianamente sott’occhio, ti metti a riflettere sul significato delle parole? Sembra una scempiaggine. Solo fino a quando, però, non si riflette sul fatto che le parole sono la condizione di possibilità di ogni pensiero e che il pensiero – dunque l’agire nella misura in cui è intenzionale – è il terreno nel quale si radicano questi problemi.
La filosofia non può certo pretendere di dire a ciascuno come deve vivere. A dirla tutta, non può nemmeno arrogarsi di dire a qualcuno che vive male e dovrebbe vivere altrimenti, perché quel qualcuno è proprio lui in virtù di ciò che fa, anche se ciò che fa può sembrare terribile. Tuttavia, la voce del filosofo resta la coscienza dell’eterno mistero che avvolge tutte le cose in virtù del loro non esser mai rinchiudibili in nessun orizzonte determinato. A chi vuol vivere nella caverna non lo si può certo impedire, ma lo si può rendere cosciente che c’è anche altro al di fuori di essa e quindi renderlo responsabile del suo eventuale rifiuto: chi può essere se stesso solo compiendo il male, ebbene, lo compia, ma ne sia coscientemente responsabile. Né la filosofia può farsi ascoltare da chi spende le sue forze migliori nella volontà di non ascoltare. Chi è, dunque, il suo interlocutore?
Chi ancora non ha motivi per non ascoltare ed è ancora pronto a meravigliarsi per ciò che di nuovo può sentire: chi è giovane. Giovane non in senso anagrafico, ma essenziale, essendo la giovinezza l’alba di un tempo che ancora non si conosce e che tutto può promettere. L’infinito è sempre giovane, perché sempre infinitamente ancora da conoscere, sempre infinitamente all’inizio, sempre rinascente. Interlocutore della filosofia è chi non è ancora vittima né apologeta delle catene della caverna, del timore di ciò che sta fuori, oltre, altrove, al di là, dell’angoscia che suscita il riconoscersi come sempre ignoti a se stessi. In tal senso, la filosofia non ha da fornire risposte. Perché ogni buona risposta è la risposta a un problema preciso e determinato. Semmai è la custode della possibilità di ogni risposta determinata, in quanto coscienza che il determinato è determinato dall’infinita serie di prospettive dal quale può mostrarsi, dall’infinità di vie che ad esso possono giungere, dunque anche dal sentimento di chi percorrendone una sa che non può essere l’unica.
Sapremo esserne all’altezza? Lo capiremo provandoci. Ma a far cosa? A tener vivo il pensiero, a difendere la dura fatica della conoscenza, a rivendicare la pluralità delle prospettive, delle voci, degli insegnamenti, non per dar a ciascuno l’illusione di essere re del suo piccolo pianeta – come suggerirebbe Saint Exupéry –, ma per metterci innanzi la profondità e la complessità di cui vivono le cose che abbiamo attorno. Il miglioramento del sistema scolastico non si esaurisce facendo quadrare meglio i bilanci. Ciò che va difeso prima di tutto è quel pensiero che conosce il bisogno di una pluralità di saperi proprio perché sa che nessun sapere può avere l’ultima parola. E tanto più una disciplina appare utile e “attuale” – da quelle tecnico-scientifiche a quelle linguistiche – tanto più è necessario tener viva la coscienza che, comunque, il mondo non è solo ciò che appare agli occhi di quella disciplina, prevenendo così la facile tentazione contraria, che fa precipitare la specializzazione e la settorializzazione del conoscere direttamente tra le braccia del fondamentalismo.
Affinché l’istruzione non venga trasformata in un libero mercato di dottrine tra loro in concorrenza, dove vince la più utile – se non la più remunerativa –, e dove il tempo stesso viene dato a pegno a seconda dei profitti che si pensano di poter trarre, occorre innanzi tutto fare la fatica di conoscere stando all’interno di questa pluralità, il cui senso non è quello della concorrenza dove l’uno mira a sostituirsi all’altro riducendolo a sé, ma nella complementarietà, dove l’altro ricorda a ciascuno quanto ancora sterminati siano i confini del suo stesso esserci. Come diceva Terenzio: homo sum, humani nihil a me alienum puto – sono un uomo e niente di umano reputo a me estraneo.
giovedì 6 novembre 2008
Mala tempora currunt
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